Nel caso non mi riconoscessi, di Francesca Capossele

Un romanzo che inizia e finisce con una domanda alla quale molti vorrebbero dare risposta (i personaggi del romanzo, il lettore, la protagonista e forse l’autrice stessa), però nessuno sembra in grado di dare una versione univoca, ma diverse ipotesi con altrettanti gradi di approssimazione.
La domanda è: chi è Alda?
Se della sua storia si sa tutto, perché il romanzo abbraccia settant’anni della sua vita, di lei e delle ragioni che l’abbiamo portata a fare certe scelte, si sa poco. Eppure troviamo, disseminate nel romanzo, alcune tracce che conducono ciascun lettore alla propria imprecisa e affascinante istantanea.
La narrazione inizia con una fuga, quella di Alda - trentenne ferrarese -, da una famiglia, una città e un fidanzato, fugge verso una vita all'apparenza più avventurosa, raggiunge un uomo conosciuto durante la guerra, l’Hauptmann Stephan Felder, che vive a Lipsia. La donna fugge distruggendo il suo passato assieme al suo documento d’identità e diventa Carin Felder. La sua vita, nella Germania Est, è tutt’altro che idilliaca e il suo matrimonio poco convenzionale, sopperiscono amici come Anita, Hans e Gitta, ma Alda non cede mai a nessun rimpianto e diventa, man mano che si procede con la narrazione, sempre più rinserrata nel suo personale mistero.
Il libro si sviluppa in tre atti, i primi anni della guerra a Ferrara, l’avventura con l’Hauptmann assieme alle normali vicende di un’adolescente (Alda) e quelli successivi che culminano con la fuga, la vita nella DDR, la costruzione del muro, la Stasi, periodo in cui Alda diventa Carin, verrà spiata e spierà a sua volta, i tradimenti suoi e del marito, la perdita di un bambino, infine la caduta del muro, la resa dei conti con la propria vita e la morte; tutti e tre gli atti intrecciano sapientemente vite e vicende storiche, tutti e tre procedono avanti e indietro con un meccanismo narrativo vorticoso che fa largo uso di flashback e anticipazioni e uno stile evocativo ricco di momenti lirici e profondi, in cui la storia è piena, ma a volte appena accennata, suggerita e sfuggente, altre volte rallenta e pone i fatti sotto una lente di ingrandimento, anche se sono i personaggi, con le loro ragioni e le loro rotture a sorreggere l'ossatura del romanzo.
Una materia narrativa, quella di Francesca Capossele, ricca e tortuosa che impone al lettore attenzione e immersione. Un romanzo profondo che non offre nessuna risposta ma apre numerose questioni che non si esauriscono con l'ultima intensissima pagina del romanzo.

Presentazione del libro "Nel caso non mi riconoscessi" di Francesca Capossele




Sabato 4 maggio, ore 17:30
Libreria Mondadori
c/o Palazzo Monsignani
Via Emilia 71, Imola
presentazione del libro
"Nel caso non mi riconoscessi"
di Francesca Capossele
FANDANGO Playground
dialoga con l’autrice Muriel Pavoni


Il libro
Perché una giovane donna italiana decide di fuggire nella Germania Orientale in una notte del 1953, in piena Guerra Fredda, senza lasciare una sola parola che spieghi la sua scelta? All’epoca Alda è una laureata in matematica, che vive a Ferrara con i genitori. Ha vissuto un’adolescenza e una giovinezza piccolo borghesi, tra certezze politiche (era una giovane fascista convinta) e sogni di matrimoni improbabili, temporaneamente interrotti dalla guerra che ha costretto la famiglia a sfollare in campagna. Dopo la Liberazione, sebbene a rilento, Alda ha proseguito gli studi, per poi fidanzarsi con Ruggero, un agente di polizia conosciuto su un treno per Padova. Ma proprio in prossimità delle nozze con Ruggero, di notte, con una valigia e una borsa a tracolla, Alda fugge e raggiunge la Germania Orientale dove vivrà fino alla caduta del Muro di Berlino. Una scelta sentimentale? Un uomo l’attende a Lipsia? Oppure nuove e forti convinzioni politiche? O più semplicemente una irrefrenabile ricerca di libertà, paradossalmente in un paese dove nessuno si sente libero?
Francesca Capossele ricostruisce il vissuto dei cittadini della Germania Orientale (la paura, le privazioni, i compromessi) e quello personale di Alda, l’italiana fuggita dall’Occidente, riuscendo a combinare la precisa descrizione dei meccanismi del regime, ma anche la rivolta di una donna che ha rifiutato il destino assegnatole dall’appartenenza al suo ceto sociale e al genere femminile.

L'autrice
Francesca Capossele, nata Rovigo, vive a Ferrara, ha esordito nel 2016 con “1972”, FANDANGO Playground.

Intervista a Francesca Capossele

Francesca Capossele, esordisce con 1972, Playground 2017, già ospite di Viaemiliaventicinque a marzo 2018, esce con un nuovo romanzo (Nel caso non mi riconoscessi) sempre per Playground, il 4 maggio sarà nuovamente nostra ospite presso la libreria Mondadori di Imola.
Qui è intervistata da Muriel Pavoni


Cosa t'interessa, quali sono le tue ossessioni, narrativamente parlando?
le ossessioni. Non è semplice. Mi ossessiona la scrittura, che sia senza fronzoli e intellettualismi da liceo classico, ma che emozioni e abbia comunque mestiere. Che vibri dei ricordi di tutti gli autori che ho amato e a cui debbo tutto, ma non sia una copiatura, o un rifacimento sterile. Che suggerisca e spieghi, che non sia troppo di genere, non ho simpatia per la letteratura " tutta al femminile ". Che lo scrivere un giorno diventi non soltanto appassionante come una caccia, ma gratificante e semplice come leggere ( ne sono molto lontana). Tutto il resto...è letteratura. ( sono troppo vecchia ormai per raccontare di me).

Come definiresti il tuo modo di scrivere? Che scrittrice sei?
Non riesco a pensare a me stessa come a una scrittrice, ho pubblicato troppo tardi per vivere questa ambita identità. Sono solo una che insegna lettere e legge molto, il resto è stato opera della buona sorte. Non considerandomi una scrittrice, mi vivo come lettrice appassionata dei libri degli altri, sono connessa alla scrittura degli altri, con i quali sono perennemente in debito per i modelli, le correzioni, i richiami, le magie, la lezione continua sulla vita e la scrittura che la letteratura fornisce.

Quali sono i tuoi autori preferiti o quelli che ti hanno influenzato?
La lista dei miei autori è lunghissima. Qui cito quelli con cui mi sento più in debito : Marguerite Duras, Alba de Cespedes, Dino Buzzati, Romain Gary, F. S. Fitzgerald, Rosetta Loy (potrebbe essere uno di quegli scrittori destinati a restare per sempre nella memoria, non solo collettiva).

Da quali autori non ti faresti mai influenzare?
Lista facile : A. Manzoni;  L. Pirandello; I. Svevo; I.  Calvino, e tutti gli autori che si servono della letteratura per inutili e forzati sperimentalismi formali o la usano  come pulpito per fiacche predicazioni pseudo-filosofiche.

Quali autori, tra quelli contemporanei, credi verranno ancora letti tra trent’anni?
Domanda difficile. Devo dire che non lo so. Non solo perché si pubblica molto, il livello è , molto spesso, buono, ma perché il nostro è un tempo che dimentica in fretta, produce molto, ma non conserva.

Qual è la caratteristica imprescindibile di un buon romanzo, secondo te?
Piacere, coinvolgere, comunicare tutta la felicità che l’autore ha provato nella scrittura.  Mantenere un angolo critico, ma esprimere ugualmente la magia della finzione.

Ci sono progetti letterari che hai abbandonato ancor prima di cominciare?
Quando ero molto giovane volevo scrivere un romanzo storico, su modello dei grandi del genere, poi la Storia, quella vera, è cambiata in fretta attorno a me, e mi sono sentita dentro una grande impotenza che non aveva a che fare con la scrittura, ma con la realtà.

Qual è - se c'è - il primo consiglio che dai a un aspirante scrittore?
Di leggere e vivere molto con liberta, autenticità e passione.

"I fratelli Michelangelo" di Vanni Santoni. La fuga e il ritorno nella saga familiare.


Un romanzo che tende, un po’ per stazza e un po' per il titolo che rimanda echi dostoevskiani, a richiamare modelli di realismo ottocentesco, ma in realtà per costruzione e stile è molto più vicino alla letteratura del novecento.
Si presenta come un affresco familiare, ricco di citazioni letterarie e non solo, sullo sfondo c'è un anziano padre, Antonio Michelangelo, che ha attraversato da (quasi) protagonista il secolo breve, disseminando figli con donne e mogli differenti.
Il camaleontico Antonio è ingegnere, come Gadda,  pare abbia militato nella resistenza, ha lavorato prima all'Olivetti poi all'ENI, simbolo di due Italie e due diversi modi di concepire l'industria, qui troviamo  il riferimento a "Petrolio" di Pasolini, ha pubblicato un solo romanzo sulla resistenza che però è stato un successo editoriale acclamato dalla critica, dove invece risuona l'esperienza di Calvino ne "Il sentiero dei nidi di ragno"; ha poi realizzato un film dal titolo "La sultana", di genere erotico che ricorda un po' "La califfa" e forse i film meno riusciti di Ferreri, anch'esso è diventato un cult pruriginoso, è stato poi incisore e si è dedicato alla ricerca spirituale sia attraverso le scritture sacre, sia attraverso le filosofie orientali. Quest'uomo "vincente" sembra il bignami dei sui figli, racchiudendone tutte le ambizioni.
Siamo di fronte a quattro storie, anche se i fratelli sono cinque, Adriana, nata negli anni 50, vicina per generazione al mondo del padre, non si presterà al gioco in cui Antonio ha deciso di coinvolgerli.
Cristiana, forse la più dotata di genio e intuizione, tenta una carriera artistica a Londra e a Berlino e deve farsi continuamente i conti in tasca per capire se deve rinunciare ai propri sogni, Louis cerca di svoltare con traffici più o meno leciti in India, Enrico, inconsapevole di essere suo figlio, insegnante che frequenta gli ambienti letterari romani con l'ambizione, forse, di scrivere un libro, Rudra sposato con Mats vive in Svezia, abbandona una possibile carriera nello sport per lavorare con i bambini, silenzioso e incline alla ricerca spirituale.
Il romanzo attraversa i grandi miti e anche i grandi rimossi di una generazione che sembrava chiamata a svoltare in vari campi e invece fa i conti con i propri fallimenti e i propri disperati e stanchi tentativi, oramai fuori dai limiti di età, di trovare nuove strade sempre più tortuose e impervie.
Da questo punto di vista appare chiaro il conflitto che scatena il romanzo, un conflitto sociale determinato da un padre che dal suo tempo ha avuto tutto: carriera (anzi carriere), una vita affettiva ricca (mogli, donne, figli) e una generazione, quella nata negli anni '70 e '80 del novecento, che partendo da premesse più che promettenti, si è scontrata con l'impossibilità di realizzare concretamente i propri progetti.
Più che di conflitto, però, trattandosi di un romanzo ben radicato nella sua epoca, è più opportuno parlare di contrapposizione, perché questa generazione, diversamente da quella precedente, non si accanisce sui padri ma accetta, quasi rassegnata, un destino che è quello di tentare di definire un'identità ben oltre i limiti di età (concessi) dal secolo precedente, cercando piuttosto di ottenere quel poco che si riesce a strappare da un padre che, invece, ha avuto tutto e che sogna, senza essere ricambiato, di trasmettere ai figli (anche qui fuori tempo massimo) le sue esperienze e insegnamenti di vita. In realtà tutto questo gioco di tempi sbagliati interverrà, inevitabilmente, la farsa.
Il romanzo è ambientato a Vallombrosa, località turistica decaduta, dove Antonio, con una parte della famiglia, andava in villeggiatura d'estate. Qui vengono chiamati a raccolta, da tutto il mondo e dai vari punti di fuga che hanno scelto, i fratelli, per una riunione di famiglia dai contorni imprecisati e qui le loro aspettative si scontreranno con la realtà. Procedendo per analessi e ritorni, vengono presentate le storie dei quattro figli che decidono di presentarsi e, solo di rimando, quella del padre, che rimane ai margini, sebbene sia troppo ingombrante la sua ombra per non riflettersi sulle vite di ciascuno. Lui, come ci si poteva aspettare da un personaggio dotato di tale narcisismo, non rinuncia al tentativo di architettare il colpo di scena finale di questo tormentato romanzo familiare, ma invece sarà Cristiana, o forse Enrico a scrivere la storia della famiglia?
I fratelli Michelangelo è un romanzo in bilico tra due modelli di realismo, quello ottocentesco e quello del novecento, arricchito da un gioco di citazioni che spazia dal mondo della letteratura, all'arte, e di rimandi alla storia del secolo scorso, che gioca coi registri narrativi, alterna i linguaggi, le voci narranti, fa un uso misurato dell'ironia, eppure non rinuncia però a quello che deve fare la narrativa, ovvero raccontare storie, mettere in scena personaggi coi loro conflitti ben contestualizzati all'interno del periodo storico in cui sono inseriti.

Presentazione "La galassia dei dementi" di Ermanno Cavazzoni

Martedì 27 novembre, ore 20.30, presso:
Biblioteca comunale di Imola,
presentazione del romanzo "La galassia dei dementi", Ermanno Cavazzoni La nave di Teseo. Interverranno l'autore e Giorgio Zabbini.





Nella pianura padana emiliana intorno al 6000 d.C. un’invasione aliena distrugge le città: sopravvivono solo i sistemi industriali costruiti nel sottosuolo e la tecnologia prende il sopravvento. I pochi umani rimasti sono esposti a nuovi e terribili rischi.
Nella dimensione fantascientifica surreale, sfrenata e ironica, descritta da Cavazzoni anche nel suo più recente libro La galassia dei dementi (La nave di Teseo, 2018), finalista del premio Campiello, il futuro appare sospetto e inquietante, ma anche stranamente familiare.

Ermanno Cavazzoni, nato a Reggio Emilia, vive a Bologna, dove è docente di poetica e retorica all’Università. Definito intellettuale felicemente “disorganico”, è autore di libri di narrativa, da "Il poema dei lunatici" (1987), da cui ha tratto con Federico Fellini la sceneggiatura per il film "La voce della luna", a "Gli eremiti del deserto" (2016). È stato con Gianni Celati e altri ideatore e curatore della rivista “Il semplice”.

Presentazione "Tutto male finché dura" di Paolo Zardi


Sabato 17 novembre, ore 17:30
presso Libreria Mondadori - Palazzo Monsignani
Via Emilia 71, Imola
presentazione del libro "Tutto male finché dura"
di Paolo Zardi.
Feltrinelli Editore
dialoga con l’autore Muriel Pavoni.


Lui è un uomo che vive di espedienti e raggiri e, proprio a causa di uno dei mille nomi falsi che usa, la polizia lo scambia per un criminale e lo arresta. Due mesi dopo esce dal carcere, ma ormai ha perso tutto: la sua casa e lo studio dentistico dove praticava la professione di cavadenti abusivo sono stati, sempre abusivamente, occupati. Come se ciò non bastasse, deve 70.000 euro a un usuraio e due robusti criminali gli danno la caccia per riscuoterli. Ha solo qualche banconota in tasca e tre settimane per procurarsi il denaro – in caso contrario perderà i suoi attributi! Decide così di ripresentarsi a casa di Marta, la moglie che aveva abbandonato insieme alle loro due figlie, Elisa di sedici anni e Lucia di quasi nove. Conta sulla sua compassione per convincerla a farsi dare dei soldi, nonostante lei fatichi a mantenere se stessa e le figlie, e nello stesso tempo spera che il padre, gravemente malato (e con il quale non ha rapporti da anni), muoia e gli lasci l’eredità che lo renderebbe ricco. Nell’attesa, inizia a svolgere qualche lavoretto – estorsioni, per lo più – per un tale che ha conosciuto in galera, ma quello che riesce a recuperare è sempre troppo poco. Ci vorrebbe un colpo grosso, l’aggancio giusto, che un giorno arriva davvero... Passerà sopra i sogni delle figlie pur di portare a termine la sua missione e salvare la pelle? Zardi ci mette davanti a un protagonista incorreggibilmente scorretto, sempre curioso e quasi candido nel perseguire il proprio tornaconto, i propri bisogni e desideri. Un “cattivo simpatico”, con cui ci troviamo, nostro malgrado, a solidarizzare. Attraverso i suoi giri a vuoto, Tutto male finché dura – romanzo amaramente esilarante, a metà strada fra il picaresco e il pulp – compone con ironia e crudezza un quadro della nostra contemporaneità (il sesso, le chat erotiche clandestine, le città, la famiglia), che appare degradata, senza mai diventare degradante.

Paolo Zardi, nato a Padova nel 1970, ingegnere, ha esordito nel 2008 con un racconto nell’antologia Giovani cosmetici (Sartorio). Ha pubblicato il romanzo breve Il Signor Bovary (Intermezzi, 2014) e i romanzi La felicità esiste (Alet, 2012), XXI Secolo (Neo Edizioni, 2015), con cui è stato finalista al Premio Strega 2015, e La passione secondo Matteo (Neo Edizioni, 2017). Per Feltrinelli ha pubblicato, nella collana digitale Zoom Flash, Il principe piccolo (2015), La nuova bellezza (2016) e Le città divise (2018). È il primo autore italiano a essere stato tradotto e pubblicato dalla rivista “Lunch Ticket” (Università di Antioch, Los Angeles) con il racconto Sei minuti. Cura il blog Grafemi.

Volantino in PDF

LABORATORIO DI SCRITTURA


DI COSA (RI)PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI SCRITTURA
PER CHI CREDE CHE SCRIVERE NON SIA IL SUO MESTIERE
condotto da Viaemiliaventicinque.
"Il mio mestiere è quello di scrivere e io lo so bene e da molto tempo. Spero di non essere fraintesa: sul valore di quel che posso scrivere non so nulla. So che scrivere è il mio mestiere. Quando mi metto a scrivere, mi sento straordinariamente a mio agio e mi muovo in un elemento che mi par di conoscere straordinariamente bene: adopero degli strumenti che mi sono noti e familiari e li sento ben fermi nelle mie mani. Se faccio qualunque altra cosa, se studio una lingua straniera, se mi provo a imparare la storia o la geografia o la stenografia o se mi provo a parlare in pubblico o a lavorare a maglia o a viaggiare, soffro e mi chiedo di continuo come gli altri facciano queste stesse cose, mi pare sempre ci debba essere un modo giusto di fare queste cose che è noto agli altri e sconosciuto a me. E mi pare d’esser sorda e cieca e ho come una nausea in fondo a me. Quando scrivo invece non penso mai che c’è forse un modo più giusto di cui si servono gli altri scrittori. Non me ne importa niente di come fanno gli altri scrittori." (Le piccole virtù, N. Ginzburg)
MARTEDÌ, DAL 9 OTTOBRE AL 27 NOVEMBRE, ORE 20.30 - 22.30 Primo incontro gratuito Informazioni e iscrizioni:
info@tiltonline.org - tel. 340 5790974 - Facebook: Associazione culturale TILT

"Le vite potenziali" di Francesco Targhetta

Mercoledì 30 maggio, ore 18:00 
presso Libreria Mondadori - Palazzo Monsignani, via Emilia, 71, Imola
presentazione del libro
"Le vite potenziali"
di Francesco Targhetta
Mondadori
dialogano con l’autore
Muriel Pavoni, Giorgio Zabbini

Alcuni appunti di lettura
Un’azienda alle periferie Marghera, fondata da un giovanissimo Alberto, con una spiccata attitudine imprenditoriale e votato essere “il capo”, con lui c’è Luciano, amico di scuola, che si potrebbe definire il nerd e Giorgio, detto GDL, che sfrutta la sua posizione per moltiplicare gli incontri, principalmente con donne ma non solo, figura chiave nell’azienda, che tiene nel cassetto “L’arte della guerra”, sempre in movimento, alla continua ricerca di migliorare la propria posizione, per loro il sogno tecnologico permette il controllo sulle vite ma esclude l’emozione.
Competizione, affanno, velocità, riposizionamento, superficie, esclusione di profondità, mancanza di tempo e attenzione per dedicarsi con attenzione alla vita, tutti si muovono in continuazione, dei personaggi conosciamo le uscite, la propensione per i cabernet barricati, le amicizie, i goffi innamoramenti, il mondo visto con la logica tecnologica. La dimensione introspettiva viene tagliata fuori e invece affidata allo sconforto di un paesaggio, rivestito da una patina di penosa commozione, composto da non luoghi popolati da outlet, tangenziali, silos, capanni in lamiera, mari oleosi e verdastri. Le poche, vere, emozioni sono legate alla tecnologia, alla rievocazione di un mondo “informatico” che non c’è più, che è relegato al passato.
Raccontare l’ambiente e i suoi abitanti, con la lucidità spietata di uno sguardo poetico, con una lingua che regala un sentimento di compassione pur nella totale esclusione dell’emotività, sembra essere l’intenzione, completamente centrata, dell’autore, che restituisce a un linguaggio aziendalista, di matrice anglosassone, una linfa poetica convincente ed evocativa.
Se i giovani di “Perciò veniamo bene nelle fotografie” erano, appunto, fotogenici perché immobili, questi giovani adulti, ovvero contribuenti, sono sempre in movimento, quindi imprendibili, rimane Luciano, il nerd goffo nei rapporti interpersonali, che ha passato la maggior parte della vita appartato rispetto agli altri, a regalarci le pagine più intime e amare:
“Ci sono persone a cui neanche una volta capita nella vita di essere amate. Tutto l’amore che provano torna loro indietro, come un’altalena vuota.”

Il Pinocchio di Bertozzi e Casoni

Autore Orfeo Raspanti.

Ho visto l’opera di Bertozzi e Casoni al Centro Gianni Isola dove resterà fino al 20 Maggio,
ultima acquisizione della Fondazione Cassa di Risparmio di Imola.
Ne scrivo su un blog che si occupa prevalentemente di libri, non soltanto perché Pinocchio
è un personaggio letterario, come fanno i grandi libri questo Pinocchio di ceramica ti
costringe a fare i conti con te stesso; vuole farti da specchio; dice guardami, guardati.
Seduto sopra decine di edizioni diverse del libro di Collodi, solletica il bibliofilo (tra gli altri
un Pinocchio di Jacovitti) ma è una fuga breve; i libri sono partoriente e parto di
un’esistenza grama, dove la metamorfosi non si è compiuta del tutto. Eppure il vecchio
pretende attenzione, non ti guarda, vuole essere guardato. E’ un Pinocchio vecchissimo
fatto di travi centenarie esposte all’intemperie di una casa diroccata; albero maestro
fracassato dai marosi e inghiottito dalla balena.
La materia di Bertozzi e Casoni è plasmata con tale maestria da essere più legnosa del
legno, la carne del volto è cuoio indistruttibile, maschera d’anima distrutta; anima dal lungo
naso. Dubbio: il naso di Pinocchio diventa lungo solo quando dice una bugia, o no?
Questo vecchio burattino dal volto umanissimo ha il naso di chi ha solo mentito, prima di
tutto a se stesso e continua a farlo; vispo il naso, invecchiato, ma tonico, fiuta la
menzogna, se ne ciba e cresce. Enigmatico.
Enigmatico come l’elegante cappello a punta, confezionato con i fogli della Settimana
Enigmistica, esattamente con la pagina della Settimana della Sfinge.
Il filo d’inquietudine che tratteggia l’opera culmina nel grillo; c’è anche lui, senza cappello a
cilindro, per nulla ridanciano l’insetto sta appollaiato, fiero e silenzioso, sulla mano sinistra
di Pinocchio come sul ponte di comando di un veliero alla deriva, guarda l’orizzonte con la
sicurezza di chi possiede il salto che lo salverà.
La postura del vecchio burattino potrebbe riecheggiare il pensatore di Rodin, però il
pensiero qui non ha attecchito, c’è solo l’affermazione che dà il titolo all’opera: NON
RICORDO come un colpevole testimone al processo per una strage di stato.

1972 di Francesca Capossele a Librerie.coop


Sabato 10 marzo ore 17.00presso Librerie.coop  
Viale Giorgio Amendola, 129 - Imola

Francesca Capossele 
presenta il suo romanzo d'esordio "1972", Fandango Playground
dialogherà con l'autrice Muriel Pavoni

Se penso al 1972 mi vengono in mente le olimpiadi di Monaco e la strategia della tensione; è un anno che sta in mezzo alle due contestazioni, eppure nel romanzo di Francesca Capossele non c'è nulla di questo, o meglio, c'è l'atmosfera che ha a che fare con l'epoca storica, c'è l'illusione di poter sfuggire alla trappola degli adulti, l'infinita gamma di opportunità ancora aperte, l'idea che l'utopia sia possibile, in un racconto filtrato attraverso la vita di una famiglia e di una ragazza che attraversa l'adolescenza.
Per Cristina e suo fratello il 1972 è l'anno in cui la famiglia si trasferisce da Ferrara a Bologna.
Cristina e Marcello, protagonisti, figli di un’epoca tra gli anni '70  e '80,  per loro il 1972 è il momento in cui attraversare i temi propri della loro epoca: il conflitto generazionale, la libertà della donna, l'impegno politico.
Una storia di giovinezza, di adolescenza, dove tutto è estremo, dove ci si guarda indietro e si racconta per ricostruire la storia di una casa, di una famiglia, di un’amicizia.

"La vera gloria" di Marina Sangiorgi


Venerdì 9 marzo, ore 20.30

presso la biblioteca di Borgo Tossignano
via Papa Giovanni XIII
Cristina Gallingani, Muriel Pavoni e Giorgio Zabbini
presenteranno il romanzo
"La vera gloria" di Marina Sangiorgi

"Perchè la nostalgia che riservi alle sue storie d'amore anche a quelle che non la meriterebbero, è collocata in un solo istrante, in un lampo, in quella distanza pudica, che le fa tutte preziose...
Anche tu te ne sei andata nel momento nel quale la scrittura ti si è disvelata, in tutto il suo fulgore, dandoti una consapevolezza di averne una di voce, unica, straziante."
Pupi Avati

"Marina Sangiorgi era una bravissima raccontatrice. Si era visto subito questo talento, fin da giovanissima. Questo libro è costruito nella misura che è propria del suo passo, il racconto, ma per così dire inserito in un girotondo o catena nel quale, cambiando punti di vista e scansioni temporali, si compone il romanzo."
Davide Rondoni

L'amante imperfetto, Emidio Clementi, Fandango Playgruond, 2017

Un romanzo sulla sessualità e sul desiderio, svincolato da un meccanismo di trama,  trasportato invece dalle voci interiori del personaggio, dentro i pericoli di un deflagrante scavo interiore, fino a trovare parole nuove per raccontare la debolezza e le ferite dell’amor proprio maschile, il trauma e la nostalgia della docilità dell’amore materno, senza la paura di affondare nella melma e di portare a galla il peggio di sé. L'autore elabora un linguaggio preciso, affilato, che oltre a raccontare scandaglia, senza mai scendere nel pruriginoso.
Siamo nell’ambito della scoperta della sessualità da parte di un ragazzino efebico che fatica a definirsi e che appena “si scopre improvvisamente uomo” intreccia una doppia vita, tra locali a luci rosse, appartamenti di prostitute e circoli scambisti, nell’ossessione di raccogliere quella che sentiva essere l’unica eredità del padre. Poi, di colpo, l’incontro con Lucia, la convivenza, le figlie, il matrimonio; una dimensione affettiva stabile definitivamente conquistata. Fino a quando la moglie non fa una confessione che stravolgerà una stabilità oramai data per scontata. A quel punto, il protagonista si trova di fronte ai propri demoni interiori. Lui, che credeva di essere l’unico, nella coppia, in diritto di avere una doppia vita, scopre che questo privilegio non è riservato solo a lui. Il crollo è rapido, senza freni, impietoso. Per la coppia comincia un momento di travaglio e di messa in discussione delle antiche certezze.
La caduta lo trasporta in una ricerca maniacale delle ragioni e delle tracce (qui potrei fare esempi celebri: Roth, Bellow, Richler); infine si accorge di non essere più individuo, di non doversi occupare solamente del proprio rovello, interiore ma dell’equilibrio di una coppia, la crisi da individuale diventa famigliare e l'osservazione non è più interiore ma è rivolta all'oggetto delle proprie angosce, Lucia, che diventa improvvisamente un mistero. Il cambio di prospettiva sulla persona amata spinge il protagonista a rivedere le proprie paure: la morte, il talento, il fatto di essere una specie di contenitore vuoto, un bluff, la paura dell’abbandono, e ancora più a fondo, fino alla paura più di essere inadeguato.
L’amore è vissuto come  un campo di battaglia dove i rapporti di potere oscillano tra vincitore e soccombente, che giocano i loro ruoli  senza mai essere alla pari (non sarà un caso l'esergo che cita La donna della porta accanto); un gioco che porta con sé la malattia, la convalescenza, la guarigione. Il traditore, che prima lo fa in silenzio, poi confessa, poi diventa vittima e la vittima prende in sopravvento, in un gioco continuo e ditruttivo.

L'amante imperfetto di Emidio Clementi verrà presentato sabato 3 marzo, alle ore 17.00 presso Liberie.coop, a cura di Viaemiliaventicinque.

Almectomìa

Autore Orfeo Raspanti.

Quando presi la decisione, ci fu da discutere in famiglia e fuori, tra chi sosteneva che le operazioni sono sempre pericolose, chi allarmava sui pericoli dell’anestesia, ma i più agguerriti erano coloro che sostenevano l’impossibilità di vivere senza. A costoro feci numerosi esempi di persone che erano nate senza, oppure l’avevano atrofizzata; nominai amicizie comuni senza convincerli, e affermai che tutti i grandi dittatori della storia ne erano certamente sprovvisti. Fui subissato da astruse teorie sulla capacità umana di occultare la presenza e il lavoro di certi organi. Da parte mia chiudevo queste insulse discussioni con esempi inequivocabili di preti e suore che a dispetto del predicare e delle preghiere gettate nell’etere, non ne conoscevano neppure il nome.
Devo ammettere però che qualche dubbio si era intrufolato nelle mie certezze e perciò mi rivolsi ad un grande specialista, il dottor Cocciante fu lapidario nell’affermare che non solo si poteva vivere senza, ma diversi studi sostenevano, con ragioni tutt’altro che bislacche, che addirittura si potesse vivere molto meglio. Questo aspetto era controverso poiché tra i fautori dell’assenza c’era chi si diceva in grado di dimostrare che la mancanza poteva essere tollerata solo da alcuni; mi convinsi senza più tentennamenti di essere fra questi e chiesi al dottore di operare. L’intervento si sarebbe svolto da sveglio, il dolore era quasi assente e l’ostacolo maggiore era il reperimento dell’organo, vagante di natura e propenso a stabilirsi in luoghi diversi e particolari per ogni persona. Cominciammo con l’intestino, la cavità dove più spesso si annida, contrariamente al pensiero comune che la situa nel cuore. La ricerca nel budellone comporta una preparazione meticolosa, l’orrenda cloaca deve essere nettata come il capezzolo di una balia. Una settimana prima devono sparire dalla dieta frutta verdura e tutto ciò che contiene fibre; tre giorni prima via anche carne cereali e cibi solidi in genere; puoi nutrirti solo di cremine budini brodini lisci lisci senza neppure un frustolino corposo, fino all’ultimo giorno quando occorre sottoporsi alla PURGA. Si tratta di ingollare orrendi beveroni densi sciropposi dolcissimi e salatissimi a un tempo, seguiti da un numero di litri d’acqua da traversata desertica e col ventre gonfio come uno zeppelin porsi all’attesa, preferibilmente già seduti sulla tazza per non farsi sorprendere all’apertura delle cataratte. Tralascio i dettagli conclusivi dell’operazione che se a buon fine, donerà alla parete intestinale una brillantezza da suscitare gli elogi del cercatore. Costui varcherà l’orifizio anale, insufflerà aria nella cavità per creare spazio visivo, e con una sonda fornita di occhio elettronico, constatato il nitore dell’ambiente, si baloccherà fiutando ogni interstizio come un lagotto nella boscaglia. Nel mio caso nessuna traccia fu scoperta.
Passammo a sondare l’apparato cardio circolatorio: cateteri aterovenosi infilarono aorta succlavia giugulare femorale carotidea renale radiale poplitea polmonare e via via vai di qua e di là come nuotando tra globuli bianchi rossi emoglobina protrombina, ma ogni volta si finiva a cozzare contro le pareti del sacro muscolo senza ombra di lei.
Mi sottoposi a ecografia scintigrafia radiografia tomografia assiale computerizzata risonanza magnetica, ma ogni diavoleria escluse la presenza. Il dottor Cocciante formulò persino l’ipotesi che ne fossi sprovvisto dalla nascita, l’idea naufragò appena seppe delle lacrime che verso durante la visione di commedie sentimentali. Vidi la frustrazione disegnata sul suo volto, poi mi trasse a sé e con fare confidenziale disse - sto per darle un consiglio che negherò con tutte le forze fino a denunciarla per calunnia oltraggio e vilipendio, qualora in futuro lei si facesse sfuggire quanto sto per indicarle, penso però che dovrebbe rivolgersi a qualcuno che legge l’aura, so che hanno costruito macchine in grado di riprodurla graficamente - Fu lì che la trovammo.
Quando portai l’esito al dott. Cocciante lo vidi aprirsi in un sorriso inedito – lei è un uomo fortunato – disse – vive avvolto nella propria anima e non potrà eliminarla, è fuori dal suo corpo e la protegge. Si rassegni non sarà mai un bello senz’anima e continuerà a piangere al cinema.

Queste parole mi rasserenarono e chiesi – una curiosità dottore: se avessimo trovato l’anima nel corpo, quale tecnica avrebbe usato per toglierla?

Il medico rispose serafico: - l’anima è meno attaccata al corpo di quanto si creda e neppure si nasconde, quando la s’incontra e davvero si desidera allontanarla è sufficiente pronunciare la formula “sciò pussa via” per vederla svanire con aria sdegnata -.

Rassegna "Ti presento un libro"



Venerdì 2 febbraio ore 20.30
Muriel Pavoni presenta: Fermata al Tramonto con cimitero
dialogherà con l'autrice Renato Sartiani


Venerdì 9 marzo ore 20.30
presentazione del romanzo di Marina Sangiorgi: La vera gloria
interverranno Muriel Pavoni e Giorgio Zabbini

Tutti gli incontri si terranno presso la biblioteca comunale Mario Visani Via Giovanni XXIII, Borgo Tossignano

Mari e Janezeck in salsa ginzburgprouistiana. Ovvero la fenomenologia dello zoccolo


I miei romanzi del 2017 non sono romanzi.
Uno è un’autobiografia in chiave gotica (Leggenda privata di Michele Mari, Einaudi 2017), l’altro è una biografia romanzata (La ragazza con la Leica Helena Janeczek, Guanda 2017).
Mari racconta la sua terribile epica privata, cercando di proiettare su un’”Accademia” di mostri kitsch (quello che Biascica, quello che Gorgoglia, il Mocogeno) le nevrosi maturate all’interno di una famiglia disfunzionale, composta da un padre genio anaffettivo e una madre vittima sofferente. L’Accademia, nella cornice fantasmatica, commissiona il testo all’autore e lo giudica in corso d’opera, criticandolo quando indugia, elogiandolo quando affonda impietosamente nelle ferite intime.
Tra gli episodi più “premiati” svetta quello dell’enuresi notturna, in vacanza, nel letto condiviso col padre, la cui reazione irritata non fa che acuire la prostrazione del figlio, “sappi che quello che vivi io l’ho già vissuto quando avevo la tua età, per cui non c’è nulla nella tua mente che non mi sia noto”, è il monito ricorrente nei confronti di un figlio che al cospetto del padre si sente infinitesimamente piccolo e inutile. Mari ci fa entrare nel suo lessico famigliare, fatto di parole (“culattina”) e oggetti (gli zoccoli della cameriera) feticcio, reliquie di un subconscio tormentato.
Di tutt’altra natura è l’opera della Janaeczeck, che racconta la vita realmente epica di Gerda Taro, ebrea polacca, fotografa e militante nei movimenti per i lavoratori, nata nel 1910 e morta a soli 26 anni mentre documentava la guerra civile spagnola. Il romanzo si articola su tre voci narranti. Gerda, e assieme a lei il periodo storico che attraversa, viene raccontata da due uomini che con lei hanno avuto una relazione, e da un’amica, Ruth. La narrazione procede attraverso sequenze di ricordi, frammentaria ma piena di momenti di illuminazione e curiosità insaziabili. Si delinea un personaggio ricco di fascino, una donna appassionata e allo stesso tempo mondana che fa innamorare chiunque. Gerda, piccola, minuta, sorridente, diventa il grande amore del fotografo ungherese conosciuto col nome di Robert Capa, personaggio che lei stessa contribuisce a costruire, lei da lui impara a usare la Leica. Sono una coppia picaresca, guidata, tra le altre cose, da una grande complicità e un forte senso dell’avventura.
La memoria, fragile, frammentaria e potente, unisce i due romanzi che si fondano entrambi sull’accumulo di dettagli. Il corredo fotografico, inquietante album di famiglia o testimonianza storica, è una presenza fondamentale in entrambi i testi, con il potere di veicolare storie autonomamente dal testo, creando una narrazione nella narrazione: le immagini di Michele Mari bambino serio, imbronciato, lui accanto al padre, identici, le foto della famiglia materna assieme a Montale,

e poi Gerda e Robert che si guardano sorridenti, attratti reciprocamente, Gerda che indossa le calze ammiccando all’obiettivo. Dentro le immagini ci sono indizi: oggetti dimenticati nell’inquadratura, personaggi secondari, espressioni che sfuggono, fili narrativi che arricchiscono le narrazioni verso nuovi risvolti possibili.

La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi

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Presto ho scoperto di essere morta. Questo è l’incipit dell’ultimo romanzo di Alessandra Sarchi.
Si parla di una donna, una voce narrante senza nome, che ha perso l’uso delle gambe in un incidente stradale e ha vissuto i primi anni della sua nuova vita bloccata in una rabbia sorda, inespressa, che crede di poter dominare. Senza riconoscersi nel proprio corpo nasconde le foto, allontana i ricordi di quando danzava, getta via le scarpe col tacco.
È attraverso una fotografia scattata a Taormina che si entra in contatto la prima vita della protagonista, un’immagine di una se stessa in moto, libera, questa donna non c’è più. La vita successiva prende il via dentro un corpo sconosciuto e lacerato, che fa la metà delle cose che era abituato a fare prima.
Si potrebbe parlare di autofiction - Philip Roth, in una recente intervista, afferma: ho smesso di scrivere opere di narrativa perché la realtà ha superato di gran lunga la fantasia - ma forse è più appropriato parlare di una riflessione letteraria e poetica sul corpo, dove risuonano echi cyborg, post-organici, corpi di supereroi che sconfiggono la morte.
I miei bisogni sono diventati cogenti: attenzione ai batteri, sempre pronti a banchettare in un corpo indebolito, attenzione agli ostacoli, dice la protagonista, ma assieme alle apprensioni alla paura delle malattie, si fa strada la consapevolezza che senza la ricerca scientifica il suo corpo, innestato e fortificato dalla moderna medicina, non sarebbe in vita; che abbandonata nella foresta, lei non potrebbe sopravvivere.
A vent’anni si credeva invincibile, mentre ora, che ha abbassato l’orizzonte, si trova spesso a fissare il linoleum, gesto che sottolinea, nei passaggi in cui ricorre, la vulnerabilità della sua condizione.
Un incontro - in una cabina di fisioterapia - è destinato ad aprire nuovi scenari. In primis è una voce, ‘musicale, argentina, piena di scarti e risate, come di acqua che attraversi i coralli’, poi con la donna in persona, a imporsi alla sua attenzione; è quella di Giovanna, anch’essa in sedia a rotelle, senza una gamba (indossa una protesi) e con l’altra paralizzata. Seppur in questa condizione, viene descritta nella sua femminilità, seducente, con il rossetto, un fascino felino. La si immagina addirittura mentre attraversa ancheggiando le stanze. Sembra invincibile, è piene di energia, è combattiva, allegra, aperta, tutto il contrario della voce narrante. Giovanna diventerà da un lato specchio, dall’altro guida, rappresenterà non tanto un’amica, quanto l’incontro decisivo, quello destinato a condurre la protagonista verso una riconciliazione col nuovo corpo, sia da un punto di vista intimo, ma soprattutto passando attraverso la pratica, la quotidianità, le manovre e i gesti nuovi che il corpo nuovo impone e che lei aveva fino a quel momento eluso. In questo senso, il romanzo assume i connotati del Bildungsroman, inteso come percorso di crescita della protagonista, maturazione verso l’età adulta e integrazione nel mondo.
Si frequentano, Giovanna è appassionata di danza, si circonda di foto di danzatori, la voce narrante danzava ma ha sepolto i ricordi.
Cosa ti manca? chiede Giovanna, lei le mostra un passo di danza manovrandosi le gambe con le mani, nota che i piedi sono diventati più lisci, come quelli dei bambini, da quando le gambe sono inermi.
Giovanna ha il potere di far scoprire alla protagonista il diritto di desiderare.
Tra le pagine affiora la domanda: cosa significa avere consapevolezza del proprio corpo? C’è per tutti una fase di incomprensione del proprio corpo. Oggi siamo abituati a manipolarlo, a piegarlo, ma è comunque esperienza molto comune dover trovare un punto di riconciliazione con esso, è sinonimo di crescita, di maturazione, accettare il proprio corpo, ma allora questa esperienza: portare in giro il proprio disagio, superarlo, a tratti, in ragione delle circostanze esterne, dell’energie a disposizione, dell’amore altrui, non è infondo, banalmente, il modo in cui vivono tutti?
La Donnagatto fa scoprire alla voce narrante la capacità di condividere le difficoltà, di aiutarsi, anche se la misura del dolore resta sempre individuale, perché resta sempre uno scarto, nella dimensione di quello che prova una persona che cammina incontrandone una che non cammina più, vedendo in questa persona un pericolo scampato a sé e il dolore intimo, personale, inestinguibile, resta.
Il romanzo è diviso in tre parti, la terra, l’aria e l’acqua.
La prima parte è quella della nostalgia dei piedi per terra, ma anche luogo in cui si è svolta la tragedia, e dell’apprendistato verso un nuovo contatto con la terra, qui si narrano gli episodi di ribellione di Donnagatto con la quale si sviluppa un rapporto di attrazione e repulsione.
L’aria è il lungo spazio sospeso in una notte passata con la Donnagatto, nel suo lavoro, dentro il suo inferno, a capire cosa c’è dietro la sua forza, a misurare il suo senso d’adattamento, andare a fondo. Si snodano i ricordi delle visite in cui il medico sonda la sensibilità del corpo “danneggiato”, l’essere sottoposta a visite di equipe mediche che scandagliano il corpo, esaminano la paziente, che non è più persona, bensì paziente appunto. Accanto c’è Giovanna, il suo passare il tempo mentre telefona, i suoi di ricordi in ospedale, dopo il suo incidente, come scopre di non avere più la gamba, le speranze di poter recuperare miracolosamente l’uso degli arti.
Nell’ultima parte, l’acqua, i cordoni sono recisi, la Donnagatto, dopo quella notte in cui si sono sviscerate a vicenda, scompare dalla sua vita, va, forse, in Thailandia, sognava di viaggiare. La protagonista compie il suo viaggio di trasformazione, come essere nell’acqua, un nuovo elemento che non richiede di essere bipedi, un elemento in cui si può volteggiare anche senza arti, è l’evoluzione intima, la crescita, di quando ci si accorge che la funzione di Giovanna è stata quella di accompagnare, di educare la donna a entrare finalmente nei suoi limiti.
Presto ho scoperto di essere morta, da subito si percepisce di trovarsi in un terreno impervio, il romanzo si apre con l’idea di cesura, c’è una vita prima, una vita poi e nel mezzo un passaggio di adattamento e, quando si approda nella nuova vita, è come rinascere, perché ciascuno di noi è molte vite e ha attraversato molte morti.
Il lavoro sulla lingua è intenso, poetico. La lingua del trauma è una lingua scientifica, medica, il corpo è descritto tecnicamente, insistendo sulle parti anatomiche, come se ci fosse un piacere perverso nello sprofondarci dentro. Ricorda il piacere di Vaughan, scienziato macabro di Crash di Ballard, ammaliato dall’erotismo dei corpi lacerati dalle lamiere.
Entrati in questo romanzo si parte per un viaggio dove ogni capitolo è un ritorno, un barcamenarsi tra pezzi di corpi e pensiero astratto, verso il sentiero dell’immaginazione, in cui episodi del passato (gli arti infreddoliti da bambina, osservare disabili in difficoltà) diventano presagi della vita futura, in cui la propria condizione diventa promessa evolutiva, un passo indietro nell’evoluzione della specie. Il tiktaalik, pesce che ha sviluppato zampe palmate per uscire dall’acqua, diventa l’occasione per elaborare un pensiero magico, per nutrire la speranza che anche il proprio corpo possa seguire, nel tempo compresso della propria vita, i passaggi evolutivi che portano all’uso delle gambe e dall’altro la consapevolezza che la propria condizione non potrebbe reggere la lotta per la sopravvivenza, eppure conta nella sua unicità, non certo nell’irraggiungibile e utopica idea di normalità, che spesso viene confusa con l’addomesticazione.
Un romanzo giocato sull’idea del doppio, sulla separazione, a partire da quella prima immagine di Mc Enroe che s’inchina di fronte a un se stesso giovane, proseguendo poi l’interesse ossessivo, delle due coprotagoniste, per le biografie di personaggi famosi: la vita di Pistorius che da supereroe si ritrova storpio, Nureyev e il suo corpo malato che continua a ballare, le foto della prima di vita, che non c’è più, l’attenzione ai ricordi e ai pensieri magici, momenti in cui si aprono finestre. La nostra vita è un continuo prendere congedo con il sé che non c’è più.
Il romanzo, che si apre con immagini truculente di midollo spinale, materia che fuoriesce da corpi spezzati in due, si conclude con una nuotata liberatoria.  L’umanità che si salva immagina. La morte dell’incipit è una nuova vita.

Riflessioni del pedone in C4



Ti ringrazio Signore per avermi messo in questa posizione, la colonna C, che adoro. Non troppo defilata, non troppo caotica e pericolosa, la giusta via di mezzo.
I giorni felici della mia esistenza sono stati tanti, ma oggi sento che sarà il mio giorno, percepisco l’armonia del mondo e ne contemplo la bellezza.
La Tua mano divina mi accompagna, mi sospinge con amore.
Prima casella, seconda casella, striscio sul feltro usurato della mia base, l’arrivo nella casella C4 è meraviglioso. Sono il primo, terreno immacolato, nessuno intorno.
I miei compagni bianchi sono ormai lontani, non odo più il loro trepidante vociare, mentre gli avversari neri ancora non si sono mossi.
Euforico per la grandiosità di questo spazio mi sento piccolo di fronte al Tutto.
Da qui è possibile guardare gli accadimenti e poi agire o attendere, sono pronto al sacrificio per salvare il Re se così vorrà la Tua volontà.
L’orologio è partito, sento il suo ticchettio, un’ora per noi e un’ ora per i neri, tra due ore tutto sarà finito.
Ancora qualche attimo e il fragore della battaglia invaderà questo silenzio.
Attendo tranquillo.
Un brivido mi percorre mentre vedo avanzare il pedone nero mio dirimpettaio, non strisciando, ma con un leggiadro atterraggio sta per occupare la casella C5... ma la vista mi ha ingannato, nessuno si è mosso.
Mi volgo verso i miei compagni, il loro sguardo è concentrato, non lascia trasparire emozioni, fremono per il loro ingresso.
Guardo di fronte, all’orizzonte è tutto fermo.
I minuti passano.
Apprezzo la posizione perfetta all’interno del mio piccolo quadrato, a volte sono leggermente fuori centro e non mi piace. Se sono al limite del perimetro, mi prende un senso di vertigine, a stare in bilico temo di cadere.
Il nero non viene avanti. Nulla si muove.
Non capisco questa assenza, di solito il nero non tarda, non vuole sciupare tempo.
Sono impaziente, qui, in mezzo alla scacchiera, ad aspettare.
Comincio a dubitare. Forse non verrà.
Lo spazio ampio che ho attorno ora mi inquieta, non sono abituato.
Dietro di me i pezzi bianchi, ligi alle regole, non si muovono, nessuno si avvicina.
Mi piacerebbe essere rassicurato, avere notizie.
Non c'è stata risposta alla mia avanzata e nemmeno segnale di resa.
Forse il nero si è ritirato senza avvertire.
Una partita di una mossa sola. Che senso ha?
Bianco e nero devono combattere tra loro. Usciamo dalla scatola e la nostra esistenza è volta a creare combinazioni, intrecci, duelli. Ma oggi non c'è alcun duello. Perché è tutto fermo? Perché sono qui da solo?
Attendo mio Signore, ma non capisco il Tuo progetto.
Le lancette dell'orologio sono avanzate, hanno sollevato la bandierina rossa, quando cadrà, tra cinque minuti, il tempo sarà finito.
Ormai la partita è rovinata, è una grande delusione questa triste giornata.
Nessuno avanza. Nessuno mi affianca. Nessuno si scontra con me. Nessuno mi accompagna. Nessuno.
Non voglio buttare la partita, non voglio stare solo ad aspettare.
Vorrei che rientrassimo tutti nella scatola. Fammi rientrare, Ti prego!
La bandierina rossa è caduta e l'orologio si è fermato.
Si sta facendo buio, mi guardo intorno, a stento vedo i bianchi e i neri.
L'oscurità aumenta e io ho paura.